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Voci dal XIV Convegno Internazionale Leopardiano


Report del primo giorno del XIV Convegno Internazionale Leopardiano, che si tiene a Recanati ogni quattro anni e che dal 1964 raccoglie a Recanati i massimi studiosi di Leopardi. 
La prima giornata, dedicata al Leopardi filosofo, è stata presieduta da Luigi Blasucci e da Aberto Folin. Questa è la sintesi degli interventi. Vogliate perdonare la forma ancora abbozzata. Vi invito a leggere gli atti del Convegno, peccato che dovrete aspettare ancora un annetto. Il primo a parlere è stato Umberto Piersanti nuovo direttore del Centro Mondiale della Poesia e della Cultura di Recanati. 


Umberto Piersanti - Prolusione

Recanati è l'unica città italiana dove si viene per un poeta. Non per la cultura, per l'arte, per il paesaggio. Si viene per Leopardi in quanto Leopardi. Giacomo, lo dice un recente sondaggio è il personaggio più amato dai marchigiani, davanti anche a Valentino (Rossi). Raffaello è ottavo.
Leopardi è l'idea della poesia in sé. Dante è anche più che un poeta, ma un incipit più bello di “Vaghe stelle dell'orsa” non è mai risuonato nelle nostre orecchie.

Luigi Blasucci - Introduzione

"Sono una dei pochi in questa stanza che se lo ricorda. Era il 1964. Bini, Fubini e Bigi presiedevano il primo convegno “Leopardi e il Settecento”. Il terzo, 1974 era intitolato Leopardi e Novecento. Questo non è un doppione: allora si parlava principalmente dell'influenza di Leopardi sulla poesia italiana del Novecento. Da oggi fino al 30 settembre 2017 si parla del rapporto tra Leopardi e la  cultura mondiale del Novecento.

Remo Bodei - La scoperta novecentesca del Leopardi filosofo

Leopardi pensava che il filosofo è un intellettuale incompleto, un intellettuale dimezzato se non è anche poeta. La poesia, invece, per arrivare al vero, non ha bisogno della filosofia.
Leopardi si inserisce nella tradizione filosofica italiana, che è quella di una filosofia civile, che ha dato il meglio di sé nelle discipline pratiche che non richiedono il rigore teorico degli scolastici o dei tedeschi. 
Punto di partenza della riflessione Leopardiana è la società del presente, nella quale riconmosce i segni dell’incipiente società di massa: Leopardi si chiede: in una società dove siamo tutti indistinguibili come uova, come si spiega l'individualismo? Leopardi nota due aspetti:

- Legame ragione-egoismo. La ragione moderna è solo distruttiva,
- Legame filosofia-egoismo. L'egoismo di cui accusa i giacobini è frutto del calcolo, dell'interesse.

Allora chi non ragiona e filosofeggia è più più felice? No. Un filosofo non dimezzato deve conoscere le illusioni e le passioni. Analogamente il poeta deve conoscere la natura e l'uomo. Ognuno al suo posto però.
Nella fase iniziale del pensiero leopardiano le illusioni sono opposte alla ragione. Poi all'apparir del vero le cose cambiano. Leopardi si rende conto che nel mondo sono cambiate le illusioni. Nella Firenze del 1825 le illusioni sono quelle del progresso.
Non è questione di essere reazionari o progressivi. Leopardi non odia le macchine e la modernità in sé, ma riconosce le conseguenze della società industriale sull'uomo. (I Luddisti infatti nacquero nel 1811 e  Balzac ben fotografa il prezzo fatto pagare dalla società moderna).
Di queste illusioni si può fare a meno. Piuttosto è preferibile una razionalità che non detragga niente al male. 
Diceva bene Timpanaro quando sosteneva che la concezione della Natura è in Leopardi non cambia: è quella che i geologi del tempo definivano Natura plutoniana o vulcaniana  (L'altra teoria geologica dell'Ottocento era quella di una tranquilla natura nettuniana) “Fumavano gli Appennini come adesso fumano Vesevo e Mongibello" si legge nei Paralipomeni. La Terra partorisce e nutre, ma lo stesso nutrimento è quello che ci stermina.  
Leopardi quindi pensa che la società di massa è quella della semplificazione, ché non si legge più roba più lunga di due pagine. Va bene per la società delle nuove illusioni. Ma noi dobbiamo consociarci contro tutto questo
Oggi quelle "macchine al cielo emulatrici" sono per noi pericolose, perché la quarta rivoluzione industriale rischia di distruggere il lavoro umano.
Luigi Capitano in  Leopardi filosofo del Novecento. La svolta nichilista spiega che Leopardi si sentiva uno sradicato, uno spaesato metafisico, un antico nato troppo tardi (Saint Beuve). Un esiliato nel secolo dello spirito. La sua opera parla di perdita del centro, di età impoetica. Il suo è un disincanto del mondo, come nell'epoca del Nichilismo che sarebbe quella che possiamo cominciare con Nietzsche. 
L'uomo del Novecento è un enigma a se stesso, come lo è Moscarda, il Montale di "Non chiederci la parola".

Gaspare Polizzi - Leopardi e la battaglia delle idee nel Novecento italiano

Filosofia italiana e sempre civile e politica. Gli autori (ma anche i personaggi storici antichi) andavano interpretati in senso della progressività “è stato l'ottimismo di Manzoni, non il pessimismo di Leopardi a tirare fuori l'Italia del Risorgimento”… “ sì ma Leopardi risponde al bisogno dell'intellettuale moderno”

Gli archetipi, i poli, i punti di riferimento sono due:  Gentile e Gramsci
Gentile ha un'interpretazione “positiva”, in “Manzoni e Leopardi”, risposta al saggio omonimo di T. Mamiani, rivendica come “Leopardi non ha mai fiaccato gli animi, anzi…. Anche Leopardi è parte dell’Italia futura, è poeta e la sua materia è la filosofia” “Il progresso del Paese negli ultimi 100 anni lo ha portato sempre più vicino al Poeta”
Gramsci, già a 28 anni sull'Avanti scrive del pensiero politico di Leopardi, analizzando i Paralipomeni. E concorda, leggendo l'antologia della Ronda, sul fatto che egli è il più grande scrittore Italiano. Nella Lettera a Yulca però Gramsci scrive che Leopardi non trova un “ubi consistam”, gli preferisce Goethe col la sua natura classica; quella di Leopardi è per lui  “torbido romanticismo”

La svolta progressiva
Luporini già nel 1938 sosteneva le idee che poi espose nel suo clamoroso saggio del 1947, idem W. Binni. Entrambi corressero il tiro nel 1980. Quel “Nulla al ver traendo” è il punto di partenza. della loro spericolata interpretazione marxista di Leopardi. Entrambi gli riconoscono un carattere di impegno civico, ma lo leggono in modo un po' troppo ideologico.
S. Timpanaro in Antileopardiani militanti difende le idee di Binni e Luporini, ricorda che tali interpretazioni “escono da uomini che fino al giorno prima avevano cospirato e rischiato di persona” e furono scritte in un tempo in cui appariva ancora “possibile rifare la vita”
Merita di essere ricordato anche Bollati secondo cui Leopardi “obbedisce al comune impegno a formare la patria”, è militante, parte dalle idee liberali, ma il suo civismo generoso lo porta a opporsi a un mondo dominato dall'economia e a sentirsi sconfitto. E andò come sappiamo: fu uno dei primi scrittori messo al bando per motivi di ordine pubblico, in attesa di una riabilitazione postuma

Marxismo e/o Leopardismo
Chi sosteneva il limite del pensiero politico di Leopardi, inadeguato al suo tempo (Carpi) chi come Timpanaro criticava invece Gramsci e la sua lettura del rapporto Leopardi/Natura, a cercò di inserire Leopardi in un Marxismo non storicista e non idealistico. Forzature? Sicuramente, ma anche oggi ne facciamo, per esempio il Leopardi anti Italiano fu ricuperato anche all'inizio della Seconda Repubblica (in opposizione ad essa). Il contrasto di Leopardi alla modernità non si esaurisce ma continua a ripresentarsi in tempi più vicino.
Le letture ideologiche oggi non funzionano più, anche perché, a parte W. Binni, nessuno di costoro questiona sulla poesia di Leopardi, ma finché ci sarà bisogno di onestà, di ragionare sulla Felicità possibile privata o pubblica Leopardi continuerà a insegnarci qualcosa.

Stefano Gensini - Leopardi, Gramsci e “un nesso di problemi” per il caso italiano

Si assomigliano per la forma del loro pensiero. Un pensiero che smantella le barriere disciplinari. Il pensiero asistematico di Leopardi oggi è il prisma da cui osservare in epoca, lo stesso può dirsi di Gramsci.
Tutti e due si sono impegnati ad analizzare i nodi del Caso Italia e dicono cose simili:
Gramsci notava  che in Italia non c'era stata la Riforma, mancava un teatro nazionale, una letteratura popolare etc.. problemi solo apparentemente disparati. C'è un nesso tra tutti questi segni di arretratezza dello Stivale ed è la mancanza di un ceto intellettuale che faccia da guida.
Leopardi, ragionando sui costumi arretrati degli italiani nel 1824, parla di società “stretta” come causa e dice che “conseguenza necessaria di questo […] manca il pubblico, manca il teatro, manca un’opinione pubblica condivisa…."

E' un Leopardi che giudica la modernizzazione inevitabile anche quando ne coglie i problemi. Lo scrittore deve trovare posto in questa società, ed essere a un tempo “classico e moderno”, cioè dire cose originali e anche del suo tempo e nella sua lingua



l’italiano che aspiri ad esser scrittor classico, cioè pensare originalmente, dir cose proprie del tempo, dirle in modo proprio del tempo, e perfettamente adoperare la sua lingua, senza le quali condizioni, e una sola che ne manchi, non si può mai né pretendere giustamente, né ragionevolmente sperare l’immortalità letteraria (alla quale, e sia detto per incidenza, ben raro o niuno è che giungesse per mezzo di opere scritte in lingua non sua; come se noi, spaventati dalle difficoltà che ho detto, e son per dire, volessimo scrivere in francese piuttosto che in italiano).
Un italiano, ancorché pienamente istruito in tutto ciò che si richiede oggidí in qualsivoglia luogo a un perfetto uomo di lettere, ancorché sommamente ricco d’immaginazione e di cuore, ancorché fecondissimo e gravido o di pensieri proprii, importantissimi, profondissimi, novissimi, d’invenzioni, d’idee d’ogni genere convenientissime al tempo; ancorché osservatore, meditatore, ragionatore senza pari; ancorché peritissimo di tutte l’arti e artifizi dello stile: volendo perfettamente scrivere in italiano, ed essendo, per ogni altro riguardo, capacissimo di perfettamente scrivere, si trova mancare affatto della lingua in cui possa farlo, non solo perfettamente, ma pur mediocrissimamente. A questo tale è duopo apprestarsi prima di tutto una lingua colle sue mani. Ma questa in qual modo? Manco difficile sarebbe il crearsela. Se l’Italia non avesse che una lingua imperfettissima, ristrettissima e bambina, manco difficile sarebbe a un grande ingegno il perfezionarla, l’arricchirla, il dilatarla, il condurla a maturità. Ma l’Italia ha una lingua altrettanto perfetta quanto immensa; bensí da lungo tempo dismessa, e però impropria a’ di lui bisogni, a’ quali ella non fu ancor mai per alcuno...
E' lo Zibaldone 3327 un pensiero dell'1-2 settembre 1823. Confrontiamolo con l'atteggiamento di Gramsci sul cinema, la radio e la letteratura popolare.
Nel confronto tra Francia e Italia Leopardi riconosce il vantaggio che la modernità ha portato in Francia riguardo alla popolarità della cultura. Ha antipatia per i giacobini, ma non per questo è cieco!

Dopo il 1824-25 Leopardi si estranea un po’ dalla partecipazione politica. Ma non ha abdicato, pone il problema della collocazione della Letteratura amena in questa società massificata
E' del 1832 il progetto del periodico "Lo Spettatore fiorentino", un sorprendente tentativo di contestare l'ideologia del progresso avvalendosi del mezzo tipico di quella propaganda. Con il suo stile ironico e tagliente, Leopardi si rivolge al variegato pubblico dei lettori di gazzette per condurli a riconoscere l'infelicità del vivere e, al tempo stesso, condividere con loro il "piacere dell'inutile". Il tono leggero e moralistico del Manifesto riprende il modello della pubblicistica del Settecento, in particolare i giornali di Gaspare Gozzi. Ma l'elogio dell'inutile prefigura le gesta del flâneur, un personaggio che rappresenta una suggestiva chiave di lettura dell'ultimo Leopardi.

Chi collegano Leopardi e Gramsci, visto che il primo non è certo la fonte del secondo? Molti I.Ascoli parla di scarsa densità della cultura,

Felice Cimatti - La vita estrinseca. Leopardi e l’”Italian Tought”

Una filosofia impura. La condizione italiana è di arretratezza, ma l'arretratezza delinea elementi di modernità del pensiero di Leopardi.  Cos'è l'italian thought?
È un'etichetta per mettere insieme roba sparpagliata che però alla fine si capisce che parte di qualcosa: Gramsci, Leonardo, Dante, Pasolini, Leopardi sono tenuti insieme hanno a che fare con il Fuori. Al contrario della categoria cartesiana del Cogito che parte dal soggetto, lo mette in discussione etc…

Il rapporto linguaggio e trascendenza
Che ruolo ha il linguaggio per Leopardi nel nostro intelletto?
L'intelligenza di tutti i mammiferi è uguale, dice la scienza. È il linguaggio che nutre la nostra intelligenza. Come entra nella testa di un cinghiale l'idea di Infinito. Non entra perché essa su genera e passa solo con le parole. La memoria stessa è il prodotto del linguaggio (per questo prima dei tre anni ciccia)
Il piacere non ci soddisfa perché noi vogliamo l'idea non l'oggetto.
Il linguaggio è una macchina che produce trascendenza, distinzioni, un dispositivo che produce infinito.

La vita estrinseca
Espressione dal Dialogo degli uccelli. Leggilo. Gli uccelli sono pura vitalità, sono puro movimento. Non conoscono ovviamente la noia, né desideri , né rimpianti.


I veri moderni sono gli antimoderni, come gli umanisti




Raoul Bruni - Orbite clandestine: Leopardi nella cultura filosofica anti-idealistica

1947 escono i saggi di Binni e Luporini. Ma prima? I pionieri della valorizzazione del Leopardi pensatore degli anni precedenti agirono in contrasto con il Neo Idealismo. Quattro di essi sono: Giusso, Renzi e suoi allievi Amelotti e Tilgher
Giuseppe Renzi (1874) docente di filosofia morale a Genova, poi cacciato dai fascisti. Fu il primo esaltatore di Leopardi, non solo nella lettere ma anche nel pensiero. Nel 1906 Renzi lo accosta per primo a Nietzche e esalta le Operette. Tra il 1919-23 scrive le cose più importanti: Se De Sanctis Croce etc... criticava la non sistematicità del pensiero di Leopardi. Per Renzi la sistematicità è un segno della sua modernità. Renzi è il primo a definirlo materialista (prima di Tilgher e Timpanaro) è il promo a parlare di pensiero poetante, una poesia di concetti e una filosofia poetica
Giusso si emancipa presto da Croce (che lo stronca). Mette in discussione molti luoghi comuni. Rifiuta il poeta dal canto strozzato, il parallelismo con Schopenhauer a favore di Rousseau, il pessimismo, per un Leopardi coraggioso. Fu tra i primi a considerare lo Zibaldone un testo filosofico
Amelotti (1909) muore a meno di trent'anni. Ma lo considera tra i massimi filosofi. Studia lo Zibaldone “Il centro è il nulla come infinita potenzialità”
Studia le Operette e le nuove canzoni. È il discorso sopra i costumi degli italiani “il migliore mai scritto”
Adriano Tilgher fa un  interessante Lessico Leopardiano. Poi c'è Salvatorelli con il pensiero politico di Leopardi. E fu come i primi dimenticato Perché i Luporini i Binni etc… invece incisero tanto? “Una verità non appartiene a chi l'ha detto per primo, ma a chi l'ha detta meglio” commenta Blasucci, cioé hanno “parlato a un pubblico che li ha recepiti, non al loro cubicolo” e solleva un vespaio.



Silvio Trentin in esilio in Francia da antifascista scrisse un testo in cui presenta Leopardi come un poeta “che ci farà ritrovare l’Italia” aggiunge Antonella Antonia Paolini.





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