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Spettacolo ed erudizione nell'età dei Claudi

Sono gli appunti di latino sull'età Flavia. Ringraziate Brilli se li ho scritti  in forma elettronica e il professor Gian Biagio Conte che ho indegnamente chiosato e copiato.

1. La fine del Mecenatismo

La scomparsa di Mecenate e il conseguente venir meno della sua opera di  mediazione fra il potere politico e l’élite culturale provocò un distacco che non si sarebbe più ricomposto. Tiberio non sembra nemmeno porsi il problema di  organizzare un programma di egemonia culturale. Il princeps non aveva più nulla da temere, non dovea nascondere la natura di fatto monarchica del nuovo regime dietro lo stendardo del Mos Maiorum. Tiberio poteva permettersi di una storiografia contraria al principato, perché non aveva rischi concreti di essere rovesciato. Quando la voce di Cremuzio Cordo si levò troppo fastidiosa, l’imperatore non ebbe esitazioni a spegnerla per sempre e a cancellarne per sempre ogni traccia documentale diretta.
Dopo aver liquidato il breve regno di Caligola, si può rilevare che, sotto Claudio, la situazione non migliorò, nonostante l’imperatore avesse fama di erudito ed avesse diverse opere storiche (in lode di Augusto) ed antiquarie sia in greco, sia in latino
Nei primi anni del suo principato (il celebre quinquennio felice, 55 – 60 d.C.) Nerone, con la guida di Seneca, tenta un recupero del consenso del Senato e una ripresa del mecenatismo: Nerone incoraggiò molti letterati e promosse regolari ludi poetici (dal 60 d.C. – i Neronia un certamen  di canto, musica, poesia ed oratoria con premi per i migliori poeti. Ma siamo lontanissimi dallo spirito di Mecenate: gli spettacoli di Nerone erano rivolti ad un vasto pubblico ed erano mossi da una concezione, estremamente moderna, dell’intera esistenza come performance, come esibizione artistica. Con questi spettacoli che Nerone utilizzò con disinvoltura, l’imperatore cercava consenso e favore e insieme legittimazione per il suo potere sempre più simile a quello di un satrapo orientale o di un re ellenizzato.  
Questo modus operandi non risponde soltanto alle manie del singolare personaggio, ma anche a precise intenzioni di politica culturale che interpretano un’ esigenza diffusa di rinnovamento sul piano del costume, di riconoscimento e legittimazione di gusti e tendenza ormai ampliamente diffuse fra le masse popolari e avversata dall’aristocrazie senatoria.
I risultati artistici non furono all’altezza dell’impegno profuso dal princeps. Le uniche testimonianze di questo periodo sono la modesta, ma importantissima, Iliade latina e il teatro di Seneca.

2. Gusti e generi letterari

La cultura greca viene ostentata e diviene sempre più necessaria al prestigio dei poeti. In quest’epoca è sempre più diffusa la pratica delle recitazioni e si afferma uno stile lussuoso e “barocco”, che stupisce il pubblico con immagini stravaganti, metafore audaci e ricercatezze sonore.

Il teatro classico di modello greco non era né remunerativo né popolarissimo. Altri generi incontravano il gusto delle masse popolari, in particolare, grande fortuna conobbe la Pantomima: introdotta a Roma forse già in età augustea, la pantomima ebbe una popolarità che potrebbe farla accostare all’Atellana delle origni, ma aveva un carattere intensamente drammatico: , un attore cantava, accompagnato dalla musica, il testo del libretto (fabula saltica), mentre un secondo attore, col volto mascherato, mimava la vicenda. La fortuna di questo genere di spettacolo a Roma fu enorme. Accanto al mimo e all'atellana, sempre in voga e popolari, la pantomima costituì il genere di maggior successo popolare per tutto il primo secolo dell'Impero; un successo pari solo a quello riscosso dai giochi del circo, che in età imperiale diventarono sempre più spettacolari, sia per l'ingegnosità dei macchinari scenici.
L’attività di librettista per le pantomime fu praticata anche da Lucano e Stazio, i massimi poeti del I secolo, che in questo modo riuscivano a mantenersi (visto che la letteratura aulica non è mai stata troppo remunerativa.: CARMINA NON DANT PANEM si diceva allora).
Il tentativo di recupero del grande teatro tragico, destinato a un pubblico colto e ideologicamente ristretto non poté reggere il confronto con un fenomeno tanto rilevante, che colpiva la vita sociale e culturale di una metropoli popolata da grandi masse di italici e provinciali inurbati, sul cui gusto elementare, sensibile alle emozioni violente.
Anche la letteratura, specie quella in poesia, assunse, entro certi limiti e sorto certi aspetti, connotazioni teatrali. Lo vedremo inell’opera di Lucano
Furono importanti, nello stesso periodo, le pubbliche declamazioni o declamationes.  Era un tipo di esercizio in uso da tempo nelle scuole di retorica. Seneca il Vecchio (50 AC-40 DC) ce ne fornisce un quadro nell'opera, Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores (sententiae = frasi ad effetto; divisiones = articolazione degli aspetti giuridici; colores = sottolineature stilistiche)
Seneca il Vecchio, padre del nostro filosofo Seneca, divise la sua lunga vita tra Roma e la Spagna e frequentò gli ambienti romani socialmente più elevati. L'opera, composta negli ultimi anni della sua vita, testimonia quel mutamento che l'avvento del principato e la progressiva scomparsa della libertà politica produssero sull'attività retorica a Roma. Venuto meno lo spazio dell'oratoria politica e giudiziale, la retorica che aveva perso la sua funzione civile e divenne tecnicamente ancora più estrema. Scaduta ormai a strumento per addestrare conferenzieri si immiserì in futili esercitazioni, le declamationes, che vertevano su temi fittizi e romanzeschi. Tali argomenti erano scelti per la loro singolarità o stranezza, che doveva fungere da elemento stimolante sugli ascoltatori, accentuando così la limitazione in senso letterario degli esercizi di retorica. La declamazione diventò uno spettacolo pubblico.
Due i tipi d'esercizi più in voga: la controversia, ossia il dibattimento, da posizioni contrapposte, di una causa fittizia, e la suasoria, consistente nel tentativo da parte dell'oratore di orientare l'azione di un personaggio famoso, della storia o del mito, di fronte a una situazione incerta o difficile. A causa del carattere fittizio delle situazioni e di molte delle premesse, scopo dell'oratore delle declamationes non è convincere quanto stupire il suo uditorio, ed egli ricorre perciò agli espedienti più ingegnosi della lingua e dell'immaginazione: il manierismo delle forme, uno stile brillante e prezioso, che fa ricorso a tutti gli artifici dell'asianesimo, dall'accumulo delle figure retoriche al ritmo del periodo, all'uso esasperato dei colores, termine tecnico, con cui si indica la manipolazione di una situazione o di un concetto, per presentare il caso sotto l'aspetto più imprevedibile. In due parole: un’Arte barocca.

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