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Lez.1 Il pianto per Roma lontana: l'ultimo Ovidio, dei Tristia e delle Epistulae ex Ponto

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(LA) «Parve -- nec invideo -- sine me, liber, ibis in Urbem:ei mihi, quod domino non licet ire tuo! »

(Ovidio, Tristia I, 1, 1-2)
(IT) «Andrai, piccolo libro, senza di me nella Città, ma non ti invidio.Va' - va' nella Città a me proibita - proibita al tuo padrone.»

Relegato ai confini dell'impero, in una terra "barbara" i cui abitanti non parlavano neppure latino, Ovidio divenne lui stesso il protagonista della sua poesia e vi espresse il rimpianto per il successo di un tempo, la nostalgia per gli affetti perduti e per i suoi cari lontani, le speranze di ritorno, le suppliche ad Augusto, la constatazione di condurre ormai un'inutile esistenza in un luogo orrendo, la sofferenza per la durezza della vita presente. Sono questi i temi che ricorrono, talora ossessivamente, nelle ultime raccolte di elegie i Tristia (Tristezze) e le Epistulae ex Ponto (Lettere dal Ponto), dirette alla moglie e agli amici. Nelle ultime raccolte domina in genere l'aspetto melodrammatico e l'enfasi, anche se nei Tristia non mancano spunti felici, quali la descrizione della drammatica notte in cui è arrivato l'ordine di esilio, con il patetico accenno al pianto straziante della sua sposa, la rigidità dell'inverno a Tomi, in cui gelano mari e fiumi, il vento rade al suolo alte torri e scoperchia i tetti, e l'arrivo della primavera con le "folate di Zefiro che attenuano il freddo", con "i prati che si coprono di fiori variopinti" e la speranza che da Roma arrivi qualche nave. Celebre è la decima elegia del quarto libro, in cui Ovidio racconta per sommi capi la propria vita. (sapere.it)

(LA) «Saepe pater dixit: "Studium quid inutile temptas?
Maeonides nullas ipse reliquit opes".
Motus eram dictis, totoque Helicone relicto
scribere conabar verba soluta modis.
Sponte sua carmen numeros veniebat ad aptos,
et quod temptabam dicere versus erat.»

Ovidio, Tristia (IV, X, 21-26)
(IT) «Spesso il padre mi diceva: "Perché tenti uno studio inutile?
Il Meonide (Omero) stesso non ha lasciato alcuna fortuna".
Ero scosso dalle sue parole, e lasciato del tutto l'Elicona
provavo a scrivere parole libere dal ritmo.
Ma spontaneamente un carme si formava nei metri appropriati,
e ciò che tentavo di dire diventava verso.»

Epistulae ex Ponto I,1

Nasone, abitante non nuovo del suolo di Tomi,
ti manda questo libro dal getico lido.
Ospita, Bruto, se puoi, le poesie fuggitive
e trova un luogo qualunque dove riporle.
In pubbliche sedi non osano entrare temendo
che vieti loro l'ingresso la firma.
Ah, quante volte ho detto: "Niente insegnate di sconcio:
andate. Quei posti si aprono ai versi puliti!"
Ma non ci vanno, e, come tu vedi, credono
meno rischioso nascondersi dentra una casa.
Ti chiedi dove tenerle senza offesa per gli altri?
Dov'era l'Arte: spazio là te ne resta.
Sei forse sorpreso che ti siano arrivate.
Prendile, per come sono: non vi si parla d'amore.
Ma non troverai questo libro, che non annuncia dolore,
meno triste dell'altro che già ti ho donato.
Uguale l'argomento, diverso il titolo; e la lettera
porta il nome del destinatario.
Tu non vuoi questo, ma non puoi impedirlo.
Pur non accetta la Musa porta i suoi ossequi.
Metti anche questa fra le mie cose. Niente proibisce,
salva la legge, ai figli d'un esule d'essere a Roma.
Non hai da temere. Gli scritti d'Antonio si leggono ancora,
e di scaffali non manca il colto Bruto.
Nè ho la follìa di credermi uguale a quei grandi nomi;
io non ho mosso guerra tremenda agli dèi.
Infine a Cesare, che pur non ne è privo,
tutti i miei libri rendono onore.
Se di me dubiti, accogli le lodi divine;
e prendi, tolto il nome, il mio canto.
Giova in guerra l'ulivo della pace;
parlare di chi l'ha firmata non servirà?
Dopo che Enea si fu caricato il padre sul collo,
le fiamme stesse, si dice, gli fecero strada.
Un libro porta un Eneade e non gli è aperto il cammino?
Ma questo è padre della patria, quello di un uomo.
Chi è mai tanto audace che cacci dalla sua porta
uno che agiti il sistro sonoro di Faro?
Quando il flautista canta davanti la Madre dei numi
con corno ricurvo, chi gli nega una piccola offerta?
Ben sappiamo che non è volontà delle dee,
eppure non manca da vivere all'indovino.
Il potere dei celesti mi turba il cuore
ma vergogna non è l'averne credenza.
Ecco, in luogo del sistro e del flauto di bosso frigio,
io reco il sacro nome dei Giulii.
Io predico e rivelo. Ammettete chi porta il rituale!
Non è mia richiesta ma di un dio possente.
Nè perchè meritai e patii l'ira del principe
dovete pensare che io non voglia onorarlo.
Vidi davanti al fuoco di Iside avvolta di lino
chi confessava d'avere violato il suo nume.
Un altro, privato degli occhi per simile causa, gridava
in mezzo alla strada di averlo meritato.
Godono di tali proclami i celesti, che sia data
testimonianza della loro forza.
Spesso alleviano la pena e rendono la cista tolta
quando vedono un pentimento sincero.
Oh, mi pento, se a un infelice si vuol credere,
mi pento, torturato dal mio misfatto.
E' dolore l'esilio, ma più ancora la colpa;
meno è scontare la pena che meritarla.
Per quanto mi aiutino i numi, di lui meno visibili,
può essere tolta la pena, ma eterna è la colpa.
La morte impedirà che il mio esilio continui:
non che io abbia commesso il mio errore.
Dunque non meravigli che il mio cuore si strugga
e sciolga come di goccia in goccia la neve.
E' corroso come nave da tarlo segreto,
come l'onda salata scava gli scogli,
come il ferro smesso è mangiato da ruggine scabra,
come al buio il verme bruca il libro,
così il mio petto sente sempre l'angoscia morderlo
e i rimorsi non avranno mai fine.
La vita, non il tormento lascerà l'anima;
verrà meno il respiro, non lo strazio.
Se i celesti, ai quali appartengo, mi credono, forse
sarò ritenuto degno di un piccolo aiuto
e finirò lontano dagli archi sciti.
Se chiedessi di più, sarei spudorato.



2.
Massimo, che colmi la misura di un nome sì grande,
tanto nobile d'animo quanto di stirpe,
per la cui nascita, pur essendo caduti trecento,
non un solo giorno rapì tutti i Fabi,
forse domandi chi ti invii questa lettera
e vorresti sapere chi sia che ti parla.
Che devo fare? Temo che, letto il mio nome,
tu legge il resto con animo ostile.
Sta a te. Ebbene son io che ti scrivo, confesso
io che, confessando d'essere stato degno di pena
più grande, non posso patirne pòiù grandi.
Mi trovo in mezzo ai nemici, in pericolo di vita,
come se con la patria mi avessero tolto la pace.
E per raddoppiare le cause di morte con brutta ferita
bagnano tutte le frecce in fiele di vipera. [...]

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