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La più serena celebrazione dello sport antico (di Francesco Lamendola)

da Francesco Lamendola - 14/09/2013






Il quinto canto dell’«Eneide» rappresenta una specie di sorpresa per il lettore di Virgilio: nessuna dolorosa memoria, basta amori strazianti, [...] ma una pausa serena, gioiosa, rinfrescante, dedicata alla celebrazione dei giochi in onore di Anchise, padre dell’eroe troiano, morto un anno prima. 

Il clima è nitido, pacato, vivace: giovani corpi pieni di agilità e di forza, sudore che scorre a rivoli giù per le schiene, incitamento agli atleti da parte dei capitani e del pubblico: nessuno, in questi momenti, pensa più ai dolori del passato e alle incertezze del domani; nessuno è preso da altro che dall’entusiasmo, dal coinvolgimento emotivo ed estetico davanti a un tale dispiegamento di vigoria fisica e di intensa volontà di vittoria. 

Le squadre ed i singoli atleti, infatti, gareggiano, sì, per il piacere dell’attività sportiva, ma anche per il desiderio di gloria: i ricchi premi, che Enea ha posto in palio, non sono tanto lo scopo cui tendono gli sforzi dei partecipanti, quanto i segni visibili del riconoscimento alla loro bravura, alla loro eccellenza, alla loro severa disciplina. 


1) La gara delle navi


E non c’è da stupirsi se,  un certo punto, davanti a una manovra sbagliata, o forse troppo prudente, del pilota Menete, il giovane e ardente capitano della «Chimera», Gia, che si vede doppiare dalla «Scilla» di Cloanto, infuriato afferra il vecchio e lo scaraventa in mare, donde questi riemerge per aggrapparsi a uno scoglio, tutto grondante e sputando acqua salmastra. È, anzi, uno spettacolo che muove tutti quanti al riso.... 



2) La gara di corsa

...così come umoristica è la scena del corridore Niso che, scivolato a terra sul fango, intenzionalmente fa cadere anche Salio per favorire la vittoria dell’amico Eurialo e poi si presenta, con bella faccia tosta, ad Enea, ottenendo anch’egli un premo di consolazione: uno scudo che lo stesso duce dei Troiani gli consegna, non senza lasciarsi sfuggire un sorriso malizioso e, forse, complice. 

3) Il cesto


Questa atmosfera festosa non è spezzata, ma solo resa più commovente, dalla gara del cesto, in cui si misurano due pugili dalle caratteristiche fisiche e psicologiche assai diverse: il vanitoso Darete, che, giovane, bello, fiero della sua possanza, vorrebbe addirittura portarsi via il premio senza neanche battersi, dato che tutti sono rimasti muti e impressionati dalla sua mole gigantesca, e l’ormai anziano Entello, che scende in campo solo dietro sollecitazione del re Aceste: l’uno, si direbbe, attirato soprattutto dal premio, un toro dalle corna dorate, l’altro dal desiderio di chiudere la propria carriera con una impresa memorabile. 
"Indi si levano, l’uno di fronte all’altro, sulla punta dei piedi, brandiscono le braccia, si ritraggono indietro colla testa levata, si pongono in guardia, si azzuffano". I pugni cadono giù a scroscio. Entello, già vecchio per affrontare un simile incontro, sta fermo a terra come un alto, antico pino, pronto a respingere gli attacchi del giovane avversario, che gli gira intorno, spiando l’occasione migliore per colpirlo.
Pertanto, Entello sferra un fulmineo pugno contro il Troiano, il quale riesce a parare il colpo, sicché il povero Entello, con tutto il peso della persona, stramazza a terra. Ma la sua vergogna è tale che gli fa ripristinare le forze d’un tempo e così s’avventa furente contro il giovane Darete,
[...] Solo l’intervento di Enea salva Darete da morte certa: ai compagni di Darete non resta che portar via il loro campione tramortito, con la testa ciondolante e tutto coperto di sangue, dalla cui bocca fuoriescono frammenti di denti fracassati. 

Fantastica la chiusa dell’episodio: prima di deporre, per sempre, i cesti (i guantoni) che lo resero famoso, Entello offre lì, su due piedi, un sacrificio vivente al divino Erice, abbattendo con un solo, formidabile pugno sulla fronte, il toro che rappresentava il suo meritato premio di vincitore. 


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E tuttavia, è proprio giustificata questa sorpresa? È davvero così diverso, così contrastante il quinto canto, rispetto al tono prevalente nell’insieme del poema? A ben guardare, anche il quinto canto è dominato dalla mestizia di un Fato che incombe minaccioso [...] si apre con il rogo sinistro che si leva dalla rocca di Cartagine per la morte di Didone e si chiude con la more di Palinuro, il generoso pilota di Enea, che il Sonno maligno fa addormentare alla barra del timone e poi fa precipitare in acqua. Una pausa che fa dimenticare, ma solo per poche ore, la terribile serietà della vita. Infatti Virgilio, “naturaliter christianus”, ama e rispetta la vita, proprio perché ne avverte i limiti dolorosi...


[IL PUGILATO: DARETE]
5005. Chiusa la corsa e dispensati i premii
5006. disse: <<Or s'avanzi chi valor si sente
5007. e ha nel petto gagliarda anima a opporre
5008. braccia con pugni ben di cèsto armati!>>
5009. Ed alla gara destino due premii:
5010. un bue con nastri e con dorate corna
5011. per il vincente, e per conforto al vinto
5012. uno splendido elmetto ed una spada.
5013. Subito, con le membra poderose,
5014. usci Darete e si atteggiava enorme
5015. piantato in meZzo al mormorio del volgo:
5016. I’unico che con Paride soleva
5017. già gareggiare, quegli che percosse
5018. e stese esangue su la fulva arena,
5019. presso l’arca ove il grande Ettore posa,
5020. il sempre invitto e gigantesco Bute
5021. che si vantava del bebricio sangue
5022. d'Amico. Tal Darète, a fronte eretta,
5023. si offri primo alla lotta, ed ostentava
5024. gli bmeri baldanzosi e alternamente
5025. distendeva e piegava ambe le braccia
5026. e flagellava l’aere di colpi.
5027. Un avversario si cerco per lui;
5028. niuno fra tanti osb di cesto armarsi
5029. ed opporsi al campione. Ond’egli, certo
5030. che tutti rinunciassero, ristette
5031. in cospetto del duce, e alteramente
5032. con la mano sinistra afferro il toro
5033. per un dei corni: <<O figlio della Dea,
5034. se nessuno osa misurarsi meco,
5035. fino a quando si attende? E fino a quando
5036. dovrb soffrir che mi si tenga a bada?
5037. Comanda dunque ch’io mi prenda il premio.>>
5038. Fremeano tutti i Dardani, chiedendo
5039. che si desse all’eroe l’offerto dono.
5040. [ENTELLO]
5041. Aceste allor con monito sommesso
5042. disse ad Entello che sedeagli accanto
5043. sul verdeggiante talamo dell’erba:
5044. <<Invano tra gli eroi fosti il più forte,
5045. Entello, un di, se rassegnato or lasci
5046. senza battaglia prendere tal premio.
5047. Dov'è ora quel Dio, quel tuo maestro
5048. Erice invano ricordato? Dove
5049. la fama che n’andb per la Trinacria
5050. e i gran trofei su le tue soglie affissi?>>
5051. E quegli a lui: <<Non per viltà vien meno
5052. in me brama di lode e amor di gloria;
5053. ma, rallentato ormai dalla vecchiezza,
5054. gelido il sangue s’impigrisce, e in corpo
5055. languono e mi si spengono le forze.
5056. Se ancora avessi quella ch’ebbi un giorno
5057. e in cui quell’arrogante or tronfio esulta,
5058. se li mia giovinezza avessi ancora,
5059. sarei già sceso, oh non dal premio indotto
5060. del bel torello; ch’io non curo i doni.>>
5061. E, come disse, egli lancio nel circo
5062. due cesti enormi e gravi, in cui soleva
5063. cinger di duro cuoio Erice il braccio
5064. e impetuoso scendere a tenzone.
5065. Ogni cuor ne tremo, tanto eran grandi
5066. le sette strisce di bovina pelle
5067. irte di piombo e di cucito ferro;
5068. più ne tremo Darete e si ritrasse
5069. ricusando; e il magnanimo Anchiside
5070. rivolgeva or in questo or in quel senso
5071. la mole e il peso dei viluppi immani.
5072. Soggiunse il vecchio allor queste parole:
5073. <<Or che sarebbe se veduto avessi
5074. quei cesti onde s’armo lo stesso Alcide,
5075. e qui sul lido la funesta pugna?
5076. Erice, il fratel tuo, porto quest’armi
5077. (vedile: ancora son di sangue lorde
5078. e chiazzate di cerebro); con queste
5079. stette a fronte del grande Ercole; queste
5080. io pure usai finche migliore il sangue
5081. forze mi diede e quando ancor vecchiezza
5082. invidiosa non mi biancheggiava
5083. qui e la per le tempie. Or se il troiano
5084. Darete queste nostre armi rifiuta,
5085. se il pio Enea, se Aceste che mi mosse
5086. consentiranno, sia la lotta pari.
5087. Io ti fo grazia (non temer!) dei cesti
5088. d’Erice, tu dispogliati de’ tuoi.>>
5089. Si getto dalle spalle il doppio manto,
5090. si denudo le gigantesche membra,
5091. la possente ossatura, i gran lacerti,
5092. e stette enorme in mezzo dell’arena.
5093. Allora Enea fe’ recar cesti eguali
5094. e lor cinse di pari armi le mani.
5095. [LA LOTTA]
5096. Subitamente stettero drizzati
5097. su la punta dei piedi un contro l’altro,
5098. vibrando al cielo intrepidi le braccia;
5099. gittarono le teste alte all’indietro
5100. per pararsi dai colpi, ed intrecciando
5101. mani con mani vennero alla pugna:
5102. l’un coi piedi più mobile, e più baldo
5103. di giovinezza; poderoso l’altro
5104. nel suo gran corpo, ma esitante; molli
5105. gli sfuggian le ginocchia e un affannoso
5106. insito gli scotea la gran persona.
5107. Si scambiarono invano aspre percosse
5108. addoppiandone molte aò cavo fianco,
5109. sì che il petto rendea cupi rimbombi;
5110. senza posa guizzavano le mani
5111. alle orecchie e alle tempie, e le mascelle
5112. crosciavano dai duri urti battute.
5113. Ben saldo e immoto nel suo fermo sforzo    615
5114. stavasi Entello, che eludea gli assalti
5115. con vigili occhi e col piegar del corpo;
5116. I’altro, come chi oppugna un’alta rocca
5117. con macchine di guerra o armato accampasi
5118. assediando alpestri baluardi,
5119. ora tentava questo ora quel varco,
5120. esplorava con arte in ogni lato
5121. e l’incalzava in rinnovati assalti.
5122. Insorse Entello e minacciosa in alto
5123. levb la destra; rapido previde
5124. l’altro il colpo imminente e con veloce
5125. balzo di fianco si sottrasse. Entello
5126. così disperse le sue forze al vento;
5127. anzi, grave qual era, in sua gran mole
5128. pesantemente si abbatte sul suolo,
5129. come crolla talor su l’Erimanto
5130. sui gioghi dell’Ida un incavato
5131. pino divelto dalle sue radici.
5132. Con diverso favor Siculi e Teucri
5133. sorsero tutti; andava al cielo il grido;
5134. e primo Aceste accorse a lui commosso
5135. e alzo da terra il suo coevo amico.
5136. Non rallento né sbigotti l’eroe
5137. quella caduta; anzi più fiero insorse
5138. alla tenzone; gli die forza l’ira,
5139. vergogna e consapevole valore
5140. gliela raccese, ond’egli impetuoso
5141. incalzo per il campo a precipizio
5142. Darete e con la destra e con la manca
5143. senza tregua calo colpi su colpi.
5144. Come con fitta grandine sui tetti
5145. scrosciano i nembi, tal con fitti colpi
5146. e senza posa, con entrambi i pugni,
5147. l’eroe picchiava e perseguia Darete.
5148. Ma il padre Enea non sopporto che l’ira
5149. trascendesse più oltre, e che infierisse
5150. l’esacerbato spirito di Entello;
5151. pose fine al combattere, sottrasse
5152. lo spossato Darete, e in questi detti
5153. lo confortava: <<Qual follia! Non senti,
5154. misero, che ben altre or son le forze
5155. e mutati gli Dei? Cedi agli Dei!>>
5156. Detto così, tronco la lotta. A stento
5157. quello si trascinava sui ginocchi,
5158. ciondolando del capo e vomitando
5159. bava sanguigna e misti i denti al sangue.
5160. I compagni lo trassero alle navi,
5161. indi all’appello dell’araldo accorsero
5162. e l’elmo ricevettero e la spada
5163. lasciando a Entello il toro e la vittoria.
5164. Sfogo allor l’esultanza il vincitore
5165. lieto del premio, e: <<Figlio della Dea,>>
5166. disse, <<e voi pure, Dàrdani, sappiate
5167. qual forza io m’ebbi in membra giovanili
5168. e da qual morte si salvo Darete!>>
5169. E saldo si pianto di fronte al toro
5170. ch’era ancor la, premio alla sua tenzone;
5171. tutto si aderse, alzo la destra indietro,
5172. libro tra le due corna il duro cesto,
5173. colpi, sfracello l’ossa e le mascelle.
5174. Crollo il toro, piego, s’abbatte morto;
5175. e quello ancor grido dal pieno petto:
5176. <<Erice, non la morte di Darete
5177. t’offro, ma questa vittima migliore;
5178. qui vincitore lascio i cesti e l’arte.>>

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