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Quintiliano da studiarapido



La vita – Marco Fabio Quintiliano (Calagurris, odierna Calahorra, Spagna 35 circa – Roma 96 d.C.). Suo padre lo condusse giovanissimo a Roma perché frequentasse le migliori scuole di retorica.
Divenne egli stesso maestro di retorica e nel 78 d.C., data la sua fama di docente, ottenne dall’imperatore Vespasiano la cattedra statale di eloquenza con una retribuzione annua di ben 100 000 sesterzi, il che fece di Quintiliano il primo insegnante stipendiato a spese dello Stato. Durante il suo insegnamento, che continuò anche sotto Tito e Domiziano, ebbe modo di farsi apprezzare non solo per l’ampia cultura, ma anche per il metodo didattico e soprattutto per la serietà e il tono paterno con cui trattava i giovani. Troviamo espressioni di stima nei suoi confronti in due dei suoi discepoli, Plinio il Giovane e Marziale.
Dopo vent’anni di insegnamento, si ritirò da questa attività e si dedicò a scrivere una serie di trattati, il più importante dei quali è l’Institutio oratoria (L’educazione dell’oratore).
Se la sua vita pubblica fu contraddistinta dalla fama e dal successo, la sua sfera privata fu alquanto sfortunata: mentre era ancora in vita, vide morire la giovane moglie e i suoi due figli, di cinque e nove anni. Quintiliano morì intorno al 96 d.C., l’anno stesso della morte di Domiziano.

L’Institutio oratoria, commento

L’opera, comprendente 12 libri, è dedicata a Vittorio Marcello, un celebre avvocato del tempo, perché egli potesse servirsene nell’educazione di suo figlio Geta, ed è preceduta da una lettera all’editore Trifone, nella quale Quintiliano lo informa che la stesura dell’opera ha richiesto circa due anni e che la maggior parte del tempo è stata impiegata in attività di ricerca e nella lettura degli autori, fra cui PlatoneAristotele, Isocrate, Apollodoro, Teodoro, per i Greci, Varrone e Cicerone per i Latini.
I principi enunciati da Quintiliano nell’Institutio oratoria si riferiscono alla formazione dell’oratore, ma sono estensibili alla formazione dei ragazzi in genere e perciò aè acquistano una chiara connotazione pedagogica e hanno ancora una certa validità.
1. Il  fanciullo è una  “tabula rasa” pronta a recepire ed assimilare tutto ciò che le deriva dal mondo circostante, mette in evidenza il ruolo che possono esercitare sia la famiglia che l’ambiente sulla formazione e crescita della personalità del bambino. 
2. Forte di questa convinzione, passa in rassegna tutti i soggetti coinvolti nell’educazione. Tratta innanzitutto del ruolo dei genitori, i quali devono dedicare il maggior tempo possibile all’educazione dei figli, provvedendo a circondarli di persone moralmente sane e professionalmente valide. Per questo devono stare attenti a scegliere la nutrice, che deve essere seria e onesta ma anche saper usare un linguaggio senza difetti. Inoltre i genitori devono preoccuparsi della frequentazione dei loro ragazzi, impedendo che essi entrino in contatto con altri ragazzi, servi o liberi, di dubbia moralità. Ancora più attenzione devono riservare alla scelta del pedagogo, la cui presunzione può produrre danni irreparabili nella mente e nell’animo dei discepoli.
3. Interessante è anche il concetto di educazione permanente: Quintiliano ritiene che l’educazione del fanciullo possa cominciare ben prima dei sette anni, perché il desiderio di apprendere è innato nell’uomo per disposizione naturale e dura anche oltre la vita scolastica. È vero che gli ingegni sono diversi, ma tutti possono trarre profitto dall’insegnamento. Se qualcuno non vi riesce, la colpa è di un’educazione non appropriata o dello scarso impegno dell’insegnante.
4. Per la prima volta, poi, viene affrontato il problema se sia preferibile che l’allievo usufruisca di un insegnamento collettivo o di un insegnamento individuale: Quintiliano è personalmente favorevole al primo. Egli afferma che per un ragazzo andare a scuola è meglio che essere educato a casa da un precettore privato. A scuola, infatti, l’allievo ha occasione di stare a contatto con altri studenti, sviluppando capacità relazionali e comunicative; inoltre può misurare i propri limiti, istaurare amicizie durature e imparare non solo dai propri errori, ma anche da quelli dei compagni.

Ma la modernità della pedagogia di Quintiliano emerge soprattutto:
– quando afferma la necessità per il maestro di studiare l’indole e le inclinazioni dell’allievo, e di adattare il suo insegnamento alle attitudini di ciascuno;
– quando, partendo dalla concezione dello studio non come fatica ma come amore, invita ad alternare lo studio con il riposo, con gli svaghi, con il gioco;
– quando vieta di ricorrere, come strumento educatico, alle punizioni corporali utilizzate allora (e nei secoli a venire), perché inutili e dannose: «Io non vorrei assolutamente che i bambini fossero picchiati, anzitutto perché ciò è sconveniente e utile solo con gli schiavi ed è anche offensivo: inoltre perché, se uno ha un indole tanto ignobile da non essere corretta con il rimprovero, costui si indurirà anche di fronte alle percosse, come tutti gli schiavi peggiori» (I, 3, 14).

E ancora: secondo Quintiliano, scopo finale dell’insegnamento dev’essere l’autonomia di giudizio dello studente: per questo si devono interrogare frequentemente i ragazzi, per verificarne la capacità di comprensione: «E il maestro non solo dovrà insegnare molte cose, ma dovrà interrogare spesso e verificare il senso critico degli allievi. In tal modo a coloro che ascolteranno verrà meno l’eccessiva sicurezza e le cose che verranno dette non entreranno in un orecchio per uscire dall’altro, e al  tempo stesso [gli allievi che ascolteranno] saranno condotti a ciò che si richiede da questo metodo, ossia scoprire [certe cose] e capire loro stessi. Infatti che cos’altro otteniamo insegnando loro, se non che essi non siano sempre da istruire?» (II, 5, 13).


L’Institutio Oratoriae rappresenta una vasta e minuziosa esposizione di una dottrina educativa: la prima di questo genere di tutta la letteratura greco-romana, e rimasta anche l’ultima.
L’opera di Quintiliano è un vero e proprio trattato sistematico di educazione dell’oratore, un trattato essenzialmente pedagogico e come tale è rimasta una delle fondamentali della scienza dell’educazione.
E’ stato detto che dell’Institutio Oratoriae solo nove libri sarebbero stati inclusi in un trattato di retorica, mentre gli altri tre, e precisamente il I, il II e il XII, sono di natura essenzialmente pedagogica. Per altri invece, la parte pedagogica si restringerebbe al primo e al secondo volume.
Chi avvicinandosi all’Institutio spera di trovare qualche giudizio politico o critico nei confronti della società dei principi rimarrà deluso, perché il suo fine è quello unico di fare pedagogia, un’opera senza altri fini se non quella di cercare di creare dei buoni “maestri” che formino dei “buoni” discepoli trasferendogli oltre ai contenuti anche quel valore morale, il valore aggiunto, costruito con l’esperienza e l’esempio.
(..)



Concetto di educazione


Prima di esaminare qual è stato il programma formulato da Quintiliano per la preparazione del futuro oratore, è bene illustrare quale sia stato il suo concetto d’educazione nella situazione storica in cui  egli visse;
Tale concetto era espresso su tre diverse prospettive:
-         GENERALE: perché abbraccia tutti gli aspetti dell’umanità;
-         INTEGRALE: perché deve formare tutto l’uomo;
-         UNITARIO: perché tutte le varie parti dell’educazione concorrono ad un fine unitario: la personalità dell’educando;



·        CONTINUO: perché il processo educativo nell'uomo parte dalla “culla”, cioè sin dalla tenera età e lo accompagna non solo fino al compimento degli studi ma alla sua maturità, ed anche alla vecchiaia, per non dire fino agli ultimi giorni della sua vita;
·        GRADUALE: perché l’educazione deve procedere adeguando le difficoltà alle successive fasi di sviluppo del discente;

In merito a questo principio, Quintiliano, formulò un efficace esempio: “Come un vaso dalla bocca stretta difficilmente si riempie se vi servi il liquido in abbondanza, perché finisce  col traboccare, mentre si riempie se il liquido vi viene versato a poco a poco, e addirittura a goccia a goccia, e così si deve agire con le menti dei piccoli.”[1].
Da quest’esempio è implicito che l’educazione è anche un processo molto lento.


Le fonti dell’educazione


Il processo educativo di Quintiliano prevede due parti essenziali: “L’EDUCAZIONE MORALE e L’EDUCAZIONE INTELLETTUALE”; il loro sviluppo viene affidato a quelle che erano le istituzioni tradizionali dell’educazione romana:
La “FAMIGLIA” e la “SCUOLA”.

La prima fase dell’educazione del fanciullo[2] era affidata alla famiglia, nella quale, Quintiliano riconosce anche sé, contro tradizione, l’efficacia della madre anche nel campo della cultura.
L’ambiente familiare aveva il compito di impartire una prima formazione morale, ritenuta da Quintiliano, basilare ed essenziale per la formazione dell’uomo e quindi dell’oratore e, inoltre, quello di curare un corretto apprendimento del linguaggio, con la precauzione di tenere lontano dalle orecchie e dalle labbra del fanciullo ogni linguaggio poco pulito.
La preoccupazione di Quintiliano, era quella di non trascurare questo primo periodo della vita, perché, il fanciullo fin dalla nascita, osserva, ascolta e tenta con l’imitazione di riprodurre le espressioni degli altri conservando fortemente quelle impressioni che tanto sono più cattive tanto più restando tenaci nell’animo del fanciullo. Quindi, si può capire, come sia fondamentale, per Quintiliano, il possesso di una buona moralità degli adulti che stanno affianco dei fanciulli;
Nell’indicare gli adulti, egli, si riferisce non solo ai genitori ma a tutti gli altri che gli sono a contatto come le nutrici, gli schiavi e soprattutto i pedagoghi.

Il maestro

Per Quintiliano l’atto educativo non è un processo naturale,  bensì un atto intenzionale che deve essere affidato a chi sappia guidare il minore nella sua ascesa verso la maturità: questa figura è quella del maestro.
Figura necessaria non solo come tecnico del sapere ma anche come uomo, capace di instaurare un nuovo rapporto educativo fondato sul reciproco senso di stima e affetto; il maestro, dice Quintiliano, tratti i suoi discepoli sempre come piccoli uomini e loro lo considerino un genitore spirituale, un modello a cui gli alunni si propongono di imitare.
Occorre che il maestro sappia contemperare la sua autorità con la benevolenza; autorità fondata sul fatto che sia il maestro ad impostare e giudicare l’educazione.
Uno degli aspetti nei quali si esprime la comprensione che egli ebbe del fanciullo, e’ quello che concerne i premi e i castighi: “Fin dai primi anni si comincino a lodare i suoi tentativi e lo si ricompensi con opportuni premi; quando qualcosa non va, il maestro trovi il modo più efficace per rendere consapevoli i discepoli del loro torto, ma in modo di non scoraggiarli e stimolarli a far meglio[3]. E’ ovvio che in questa raffigurazione del maestro, Quintiliano, disconosce l’uso dei castighi in genere e, particolarmente dei castighi corporali: inutili e offensivi per la dignità del minore.
La figura del maestro che egli descrive, esprime tutta la sua fede nell’atto educativo: sia, il buon maestro, d’onesti costumi e abbia una solida cultura, sia fermo nei suoi principi e abbia fede negli ideali, sia ottimista sulla natura degli uomini e sull’efficacia del proprio magistero educativo, sia affabile e modesto e si lasci guidare dall’affetto per la propria opera.
Il maestro, afferma Quintiliano, deve conoscere, anche, la psicologia dei suoi alunni per permettergli la comprensione del discepolo e adeguare l’opera educativa alla sua personalità e al suo particolare momento psicologico.


La didatticaFasi dell’istruzione

Quintiliano sa che ogni età ha le sue condizioni, e riconosce che fino a sette anni il fanciullo non deve ancora essere sottoposto ad uno sforzo eccessivo, perché ciò potrebbe condurre a fargli odiare lo studio.
Il primo studio a cui il  fanciullo dovrà dedicarsi è quello del leggere e dello scrivere, l’acquisto di una buona pronuncia, l’accostamento alle prime forme di calcolo e all’esercizio della memoria, ma sotto forma di giuoco, così come, per l’insegnamento delle lettere dell’alfabeto, Quintiliano suggerisce che esso sia condotto mediante giuochi, fornendo al bambino lettere d’avorio o d’altro materiale adatto, mediante al quale egli, giocando, impari l’alfabeto.
Per l’apprendimento della scrittura consiglia, di far tracciare al fanciullo le lettere su tavolette d’argilla sulle quali siano già incise le lettere da scrivere; in questo modo, il fanciullo si allenerà a seguirne il tracciato con lo stilo; tal esercizio abituerà alla forma e a scrivere rapidamente. Quando il fanciullo avrà imparato da sé a tracciare i segni dell’alfabeto, gli si daranno dei modelli da copiare: dapprima parole, e quindi frasi.
Quando il fanciullo avrà appreso a leggere e a scrivere, passerà alle scuole del grammatico (letteratura in Grecia) e quindi a quella del retore.



Nell’antica Roma, il dilemma, era su chi doveva controllare e dirigere l’educazione, ma Quintiliano non si preoccupa delle finalità che potrebbe conseguire la scuola statale o quella privata, ma piuttosto dei  migliori risultati che può conseguire  l’educazione scolastica nella sua collettività nei confronti dell’educazione individuale. Qui Quintiliano esalta il valore educativo della scuola come comunità; l’insegnamento individuale è soltanto istruzione; la scuola intesa come piccola società è invece vera educazione, vera formazione nella quale l’alunno apprende a vivere socialmente, si abitua a trattare con i suoi simili, aiuta l’accrescere dei rapporti interumani.
Uno degli argomenti che Quintiliano adduce a sostegno della sua tesi sulla superiorità dell’insegnamento pubblico su quello privato è il fatto che la scuola sveglia il senso della emulazione tra condiscepoli; in merito a ciò, egli applicava un sistema che dava molto profitto: divideva gli alunni in vari gruppi e fissava, secondo la loro capacità, l’ordine di parlare e chi faceva progressi era posto più in alto nella graduatoria. La classifica si rifaceva ogni trenta giorni per tenere sempre desta l’emulazione, così i perdenti speravano di essere vincitori e il vincitore cercava di non farsi togliere il primato. Conclude, Quintiliano, che questa emulazione eccitava più delle esortazioni del maestro.

Nella scuola del grammatico era previsto lo studio della grammatica, ritenuta da Quintiliano fondamento stabile per la formazione del futuro oratore; studiata non soltanto per conoscere le regole della lingua, o per chiamare meglio il senso dei testi, ma penetrando nei suoi misteri, vi si scopriranno mille finezze che non soltanto acuiscono l’intelligenza, ma coltivano l’erudizione e la scienza più profonda.
Oltre alla grammatica, per Quintiliano, le discipline che il futuro oratore deve studiare erano la musica, la geometria, l’astronomia, la storia, la filosofia, la retorica e la conoscenza del diritto civile, della recitazione, dei costumi e della religione dello stato in cui vive.
Lo studio della musica perché, Quintiliano dichiara,  un’orazione ha una struttura musicale; una struttura armonica che ha la sua efficacia nell’impressionare gli animi, analogamente a quell’ottenuta con gli strumenti musicali. Ritiene necessaria per l’oratore anche la conoscenza della geometria (distinta in scienza dei numeri e scienza delle figure) perché in quel periodo, a Roma, si avevano scarse cognizioni di questa disciplina. Quintiliano accenna alla necessità delle conoscenze astronomiche; egli ne tratta come un’estensione della geometria, perché è questa che insegna come i movimenti degli astri siano certi e regolari.
La storia è per Quintiliano un genere analogo alla poesia; essa non serve per dimostrare, ma per narrare, per conoscere e meditare i più nobili fatti che l’antichità ci ha tramandato.
Il futuro oratore deve conoscere la filosofia, e particolarmente la filosofia morale, la quale comprende anche il diritto civile. Quintiliano ritiene che i problemi della filosofia, per quanto concerne l’educazione, sono di competenza dell’oratoria, e che soltanto per motivi storici essi siano stati trattati, quasi in esclusiva, dai filosofi. Pertanto, Quintiliano, pur ritenendo che l’oratore non deve trascurare i filosofi, lo invita a trarne solo ciò che gli è utile, e non accettarne le conclusioni strettamente tecniche, che sono astratte e assai lontano dalla realtà.
Quintiliano ritiene opportuno lo studio anche della recitazione, per la quale consiglia all’alunno di prendere lezioni da qualche attore, non per fare il commediante, ma per apprendere e ben pronunciare le parole, ad usare il giusto tono della voce e a gestire in modo adeguato il discorso.
Ma a che servono, si chiederanno alcuni, tali discipline (come ad esempio, saper riconoscere i suoni di una cetra), per difendere una causa o reggere un’assemblea? Quintiliano esamina questa necessità e risponde che tali discipline giovano a formare l’oratore, anzi l’oratore perfetto, colui che in nessuna sua parte è manchevole. Egli a tal proposito formula un esempio: “come api che compongono, dai succhi di mille fiori diversi, quel miele il cui sapore l’uomo non è capace di imitare”[4].
La partecipazione dell’educando a questo atto educativo viene riconosciuta libera e attiva, suggerendo all’alunno di approfondire per conto proprio gli argomenti, studiati a scuola, con altri libri ed altro materiale utile a chiarire ed estendere gli stessi argomenti.
L’età del passaggio dal grammatico al retore dipende dal livello del sapere tratto dagli studi; passerà, in altre parole quando ne sarà capace. Pertanto, i professori di retorica cominceranno il loro insegnamento là dove è arrivato quello del grammatico.
Nella scuola del retore il minore impara a comporre e l’esercizio è il mezzo necessario per quest’apprendimento. L’esercizio del comporre, per Quintiliano, comprende due problemi: “Come e che cosa comporre”. Egli tratta del primo nel cap. X e III e del secondo nel X e V.
Come comporre, occorre, dice Quintiliano, che l’esercizio sia sorretto dal metodo; bisogna abituare gli alunni a non scrivere molto, ma diligentemente e accuratamente. Ogni componimento deve avere tre qualità: essere corretto, chiaro e ornato (adeguato). L’esercizio del comporre non potrebbe avere alcun’efficacia se non si sapesse che cosa comporre; lo scrivere è frutto di studio e di preparazione ma l’esercizio del comporre ha bisogno di una guida che è data dalla lettura.
In quanto agli argomenti da scegliersi per l’esercizio del comporre, Quintiliano comincia con il suggerire di tradurre dal greco al latino, esercizio molto usato dai grandi oratori. Esercizio assai utile, gli autori greci infatti sono ricchi d’erudizione e molta arte portano all’eloquenza. Gioverà, poi, il volgere le poesie in prosa perché fa sì che le cose dette nei versi si possono esprimere, in prosa, con termini diversi. Quintiliano consiglia anche di parafrasare orazioni latine, perché quest’esercizio esige una lettura attentissima che non faccia trascurare nulla del testo; consiglia anche di rifare più volte, in forme diverse, lo stesso componimento, specialmente quello che parli di cose semplicissime, perché in tal caso è più difficile trovare diverse forme d’espressione.
Come esercizi di composizione indica, inoltre, le tesi, il confutare o l’approvare le sentenze. Infine nella stesura finale degli scritti bisognava effettuare il lavoro di correzione e come miglior metodo per attuarlo era quello di riporli per qualche tempo, perché, diceva Quintiliano, spesso non si è in grado, per motivi affettivi nei confronti del proprio lavoro, di giudicarli adeguatamente; quando invece si lascia scorrere del tempo, l’autore non ha più “quell’affetto paterno” verso i suoi scritti e li legge come se fossero lavori di un altro, ed è pertanto più sereno nel giudicarli.
Nel concludere queste note, possiamo affermare, che tutti i suoi principi, riflessioni, intuizioni e consigli sul modo di studiare si racchiudono in una sola figura: quella del maestro. E quando nel finale del suo testo, egli dice che se la sua opera, forse, non potrà dare ai giovani una grande utilità, almeno potrà incitare la loro buona volontà, egli traccia nella figura del buon maestro, che ci ha descritto, il proprio ritratto.


Quintiliano esalta il valore educativo della scuola come comunità: l’insegnamento individuale è soltanto istruzione vi si appagano i mediocri che non sono capaci di assurgere alla funzione del maestro. L’insegnamento collettivo è invece vera educazione, vera formazione. L’insegnante del singolo discepolo si limita ad illustrare la scienza; l’insegnante della comunità ha nell’uditorio numeroso lo stimolo ad esprimere tutta la propria umanità, pronta a svelarsi quando sente di essere intesa e ad incontrarsi con l’umanità degli altri. La scuola pubblica è una piccola società nella quale l’alunno apprende a vivere socialmente.

E’ nella scuola come comunanza che si apprende il senso comune. Nella scuola il discepolo trae motivo di miglioramento non solo dal maestro, ma anche dai condiscepoli ed egli impara cosi, anche, a comprendere come sia utile ad ogni individuo l’apporto dell’intelligenza e della laboriosità degli altri. Il confronto con i condiscepoli evita intanto che l’isolamento faccia languire la mente e la conduca al buio, o al contrario che la gonfi di una tronfia superbia.

Egli non si preoccupa dunque della finalità che potrebbe conseguire la scuola collettiva come scuola statale, e particolarmente delle finalità politiche prospettate dai suoi predecessori, ma piuttosto dei migliori risultati che può conseguire l’educazione scolastica nei confronti dell’educazione individuale. La scuola per Quintiliano è vista nella sua complessità e in questa complessità egli scopre un valore formativo particolare, anzi forse, il vero mezzo formativo: è a scuola che ci si forma davvero uomini, è a scuola che il maestro può diventare davvero un educatore.

Quintiliano comprende il valore educativo della scuola, vedendo in essa la vera e l’unica istituzione educativa; e sente che la scuola va al di la delle parti che la compongono e delle attività che vi si svolgono, perché unifica tutto in un significato nuovo, in un nuovo valore.

Egli esamina gli argomenti che si possono addurre contro o in favore o contro a ciascuna soluzione. Innanzi tutto le conseguenze morali. In famiglia, certamente è più facile curare la moralità che non a scuola dove, tra la turba dei fanciulli, ve ne saranno certamente di peggiori e di maggiormente portati al vizio. E Quintiliano dichiara, a questo punto, che se risultasse che le scuole giovano agli studi ma nuocciono alla morale, sarebbe preferibile saper vivere onestamente, più che parlare bene; le due cose sono in verità inseparabili, ma se pur si potessero separare, meglio non essere oratore che non essere vir bonus.
Quintiliano intende difendere la scuola; sul piano dei pericoli morali la famiglia e la scuola sono sullo stesso piano. Anzi, a rifletterci bene, la scuola in se stessa non può essere causa od occasione d’immoralità: se lo è, è perché la famiglia manda a scuola minori già viziati, già corrotti, e non è quindi a scuola che prendono questi mali, ma nella scuola li portano.

La mediazione educativa è opera, per Quintiliano, della cultura; essa è l’anima essenziale del processo formativo. Quintiliano è dunque per una scuola di cultura (e non poteva essere diversamente dato il fine particolare che si prefiggeva) ma bisogna rilevare due importanti osservazioni: la prima è che egli ha un senso vivo della cultura, una cultura dinamica, formativa; la seconda è che Quintiliano sente il valore della partecipazione attiva del discepolo alla scuola. La cultura per Quintiliano non è un arido sapere o una mnemonica erudizione, ma il frutto dell’esperienza dell’uomo. Essa ci serve perché ci mostra la strada che hanno percorso coloro che ci hanno preceduto, e ci facilita, pertanto, l’inizio della strada che dobbiamo percorrere noi.

In quanto al numero delle discipline, egli le prevede varie perché ritiene che tutte le scienze debbano essere conosciute dall’oratore. La duttilità intellettiva non farà avvertire noia e stanchezza e favorirà un apprendimento proficuo e consistente. La cultura è, dunque, per Quintiliano, come una ricchezza da accumulare per servirsene al bisogno.
 (..)

[1] Institutio Oratoriae I, I
[2] indicato, nell’Institutio oratoria, con il termine di “puer” fino alla scuola di grammatico, mentre per gli alunni di retorica utilizza “adulescens”; in ogni modo il più usato sarà “juvenis” per indicare tutti i minori a cui la sua opera è destinata
[3] Institutio Oratoriae I, I, 20
[4]  Institutio Oratoriae I, X, 7
  • Marco Fabio Quintiliano, Istituzione Oratoria,a cura di O.Frilli, 5 voll., Zanichelli, Bologna 1972
  •  Giuseppe G. Bianca, La pedagogia di Quintiliano – CEDAM, 1963
  • Dizionario Enciclopedico “Treccani”
l'intero lavoro può essere richiesto in fotocopia a: Nuova Editrice Oriente
su Quintiliano e le origini della metodologia della comunicazione formativa consulta, su questo stesso sito, anche la pagina manuali

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